Nota: ognuno dei capitoli riassunti di seguito è maggiormente trattato nel libro
I cani in guerra. Da Tutankhamon a Bin Laden, di Giovanni Todaro.

Egizi: si suppone che già nel 4000 a.C. si usassero i cani in guerra, ma senza dubbio questi furono impiegati nel XVIII secolo a.C. dagli hyksos durante l'invasione dell'Egitto. Approfittando di una grave crisi dell'Egitto, gli hyksos – così chiamati dagli stessi egizi, ma molto probabilmente solo l'unione di diverse popolazioni orientali – invasero il regno grazie alla loro superiorità militare data dal massiccio uso dei carri da guerra, delle armature in cuoio ricoperto da lamelle metalliche che proteggevano i soldati, dal potente arco composito e, per finire, dai cani da battaglia. Una volta scesi in combattimento, i soldati egizi furono così sorpresi dall'attacco nemico da rompere le fila e fuggire, con relativa strage. Tuttavia, quando nel XVI secolo a.C. gli egizi riuscirono a liberarsi dal dominio degli hyksos, i cani da guerra importati da questi ultimi erano ormai una ben conosciuta realtà, tanto che furono utilizzati ovunque servissero.
Assiri: l'Assiria prese il nome dalla città di Assur, fondata da Assur, figlio di Sem, che fu divinizzato dalle successive generazioni e divenne dio patrono della città stessa. Intorno al III millennio a.C., l'Assiria, come tutta l'area mesopotamica, non solo fu influenzata dalla civiltà sumera, ma anche sottomessa nel periodo dell'impero di Akkad (2325-2200 a.C. circa.) e all'epoca della Terza dinastia di Ur (2113-2004 a.C. circa.). Poi l'Assiria fu invasa dalla popolazione semitica degli Amorrei. Il figlio di Assur-resh-ishi, Tiglat-Pileser I (1115-1076 a.C.), che può essere considerato il fondatore del primo e vero impero assiro, nel 1115 a.C., attraversò l'Eufrate, conquistò il Karkemish, arrivò fino al lago Van (Anatolia) e infine, giunto nell'area Mediterranea, assoggettò la Fenicia. Visto che gli assiri usavano grandi cani da guerra, non è affatto da escludere che questi ultimi furono poi adottati dai fenici stessi, i quali in seguito li trasportarono e distribuirono in tutte le località toccate dai loro commerci navali nonché nei vari conflitti.
Persiani: dopo la sconfitta a Maratona, il re di Persia Dario I si preparò a invadere la Grecia, ma morì nel 486 a.C. e quindi il comando passò al figlio Serse I. Secondo lo storico Erodoto, la spedizione di Serse era formata da addirittura 4.700.000 uomini. Naturalmente questa è un'esagerazione, così come quella di un'altra fonte che cita due milioni di uomini. Comunque si trattava sicuramente di centinaia di migliaia di soldati. Quanti cani da guerra avesse con sé l'esercito di Serse non lo sappiamo, anche se Erodoto scrisse che, "Il numero totale delle donne addette alle cucine, delle concubine e degli eunuchi non si poteva specificare correttamente. Il numero totale delle bardature, dei capi di bestiame e dei cani indiani non poteva essere determinato perché erano troppi. Non è quindi sorprendente che alcuni fiumi fossero prosciugati, anzi, è straordinario che essi riuscissero a trovare cibo a sufficienza (...) E non calcolo il cibo per le donne, gli eunuchi, i capi di bestiame e i cani, cani da caccia e da protezione che furono presi in India a quel tempo". Solo per sfamare i cani da guerra dell'Assiria, divenuta una satrapia, ossia una provincia persiana, era destinata la produzione delle terre di quattro interi villaggi, che per questo erano esentati dalle tasse.
Greci: lo storico Claudio Erriano (165/70-235 d.C.) scrisse che "Gli abitanti di Magnesia sul Meandro combattendo contro gli abitanti di Efeso, ciascuno dei cavalieri recava seco un cane da caccia che lo coadiuvasse in combattimento, ed un servo che lanciasse giavellotti. Quando era il momento della mischia i cani, lanciandosi in avanti portavano scompiglio nelle schiere, oltre che terribili e feroci si dimostravano anche implacabili. Mentre gli scudieri, staccandosi anch'essi dai loro padroni e facendosi avanti lanciavano giavellotti, la loro azione era efficace anche per lo scompiglio già provocato dai cani. Quindi, per terzi, attaccavano loro stessi". Nella "De Natura Animalium" di Claudio Eliano si racconta che nella battaglia di Maratona i greci – alcuni almeno – abbiano combattuto eroicamente a fianco dei loro cani, come nel caso di un ateniese. L'uomo e il cane furono ricompensati per il valore dimostrato, venendo anche raffigurati nello Stoà Pecile, serie di colonnati sovrastanti l'Agorà di Atene e decorati con dipinti che celebravano per l'appunto episodi delle Guerre Persiane. Non si sa il nome dei due, uomo e cane, ma solo che il dipinto fu realizzato da un artista chiamato Micon o Polygnotus di Thasos.
Romani: il molosso romano o canis pugnax è il progenitore dell'odierno mastino napoletano. Tuttavia, il canis pugnax era meno pesante e grande di quest'ultimo e rassomigliava maggiormente all'attuale cane corso. Era insomma potente, combattivo, coraggioso ma anche agile, veloce e in grado di percorrere giornalmente distanze notevoli, sia in pianura che in montagna e di sopportare climi di tutti i tipi. La legione romana in effetti detiene tuttora il record di spostamento a piedi, 35 km. al giorno – dalle 6 del mattino alle 3 del pomeriggio – durante il quale i soldati avevano pure il tempo di spianare un ampio terreno e costruire dal nulla un castrum per passarvi la notte. Il più grande e pesante molosso da guardia romano per le abitazioni, simile al mastino napoletano odierno, era invece un cane poco mobile sulla lunga distanza. I romani non utilizzarono, se non sporadicamente e in modo limitato, i loro molossi direttamente in battaglia poiché la loro strategia ed efficacia (dei soldati romani) in battaglia era tale da rendere inutile in quel senso i cani da guerra. Tuttavia i legionari romani apprezzavano e usavano i molossi, ma probabilmente anche altri cani, per altri importanti usi come la ricerca e l'individuazione di bande di ribelli in zone montagnose, come avvenne nel 231 a.C. in Sardegna per snidare i peliti dai loro rifugi. I canis pugnaces della legione – in numero senza dubbio limitato – potevano comunque svolgere altre importanti mansioni, come dare la caccia a fuggitivi, fungere da portaordini, accompagnare le avanguardie per percepire la presenza di eventuali nemici appostati, oltre che svolgere compiti antisommossa e fare appunto la guardia insieme alle sentinelle per evitare incursioni nemiche e attacchi ai castrum. Quest'ultima funzione era molto importante per i legionari, che se si trovavano in terre ostili costruivano sempre, a ogni tappa, i castrum, grandi fortificazioni complesse seppur temporanee nelle quali durante la notte potevano rilassarsi sapendo di essere ben protetti. Protezione garantita anche dai canis pugnaces di guardia – appositamente selezionati di colore nero o molto scuro per non essere visibili di notte –, che non solo avvisavano abbaiando, ma, una volta sguinzagliati, attaccavano ferocemente i nemici.
Britanni: si legge spesso che i britanni misero in difficoltà le legioni romane utilizzando in battaglia i loro cani, detti pugnaces Britanniae. Tuttavia, questa è solo una leggenda moderna priva di qualsiasi riscontro storico. Nel "De bello allico" Giulio Cesare descrive l'invasione della Britannia nei particolari, ma di questi cani non scrive proprio nulla. I progenitori dell'attuale irish wolfhound e deerhound – chiamati cú o anche cù faoil (cane coraggioso) - erano senza dubbio cani giganteschi, utilizzati per la guerra e praticamente appannaggio della sola nobiltà. Questi cani sarebbero stati estremamente feroci e letali. I cani da guerra furono usati secoli dopo, come ad Aughrim, in una tipica battaglia di quel periodo nel quale le armi da fuoco erano a un colpo singolo, pertanto dopo avere scaricato l'arma si combatteva con armi bianche. La battaglia di Aughrim (in irlandese, Cath Eachroma) fu quella decisiva della guerra guglielmita in Irlanda. Fu combattuta tra i giacobiti – circa 18.000 fra irlandesi e francesi comandati dal marchese de St Ruth, e i guglielmiti, circa 20.000 fra irlandesi, olandesi, inglesi, danesi e francesi ugonotti, comandati da Godert de Ginkell – il 23 luglio1691, vicino al villaggio di Aughrim, nella contea di Galway. La battaglia fu una delle più sanguinose mai combattute sul suolo irlandese, con oltre 7.000 uomini uccisi. I giacobiti furono sconfitti, ed ebbero 4000 vittime. Altri 3-4000 finirono prigionieri o dispersi. Un ufficiale, non si sa di quale schieramento, in battaglia era affiancato dal suo irish wolfhound. Fu ucciso e il cadavere rimase sul terreno come migliaia di altri. Il cane non abbandonò il suo corpo, proteggendolo dagli altri cani – altri soldati infatti erano scesi in campo con i loro cani, molti dei quali erano sopravvissuti – che dopo un po' avevano preso a cibarsi dei cadaveri di uomini e cavalli. Lo stesso cane dell'ufficiale in quel periodo si dette all'antropofagia, che nei cani da guerra non era un aspetto raro. Quando non ci fu più nulla da mangiare i cani presero ad aggirarsi intorno ai villaggi e resero la zona così pericolosa da venire evitata dalla popolazione. Gradualmente abbattuti dalla gente, l'ultimo esemplare fu ucciso con una fucilata nel gennaio 1692 durante l'attacco a un soldato di passaggio.
Celti: avevano potenti cani da caccia e da battaglia. Sucellos, divinità gallica assimilabile al Dagda gaelico, veniva a volte ritratto in compagnia di un cane di grandi dimensioni. Anche Bituito, re degli alverni – sempre in Francia - era solito andare in battaglia scortato dalla sua muta di cani, proprio come faranno gli Ard Rì irlandesi dell'Alto Medioevo. Anzi, nel 123 a.C., dopo essere stati sconfitti dai romani, lui e i suoi ambasciatori si presentarono chiedendo la pace accompagnati da enormi cani da guerra. I cani da guerra all'attacco – diverse centinaia – erano una sorta di cavalleria di sfondamento, con il vantaggio di essere difficilmente colpibile con frecce e giavellotti a causa dell'agilità e delle dimensioni comunque molto ridotte rispetto a quelle di un cavallo. I cani da guerra, nell'antichità e fin quasi alla fine dell'Alto Medioevo, contro la cavalleria furono molto più efficaci di quanto avvenne dopo l'avvento della staffa in Europa, intorno al IX secolo. La staffa permetteva di rimanere ben saldi in groppa, facendo forza con le gambe per bilanciarsi e avere un punto d'appoggio. Prima della staffa, il cavaliere aveva molte più possibilità di essere disarcionato durante il combattimento o per cause improvvise e violente, e per provocare ciò il cane da guerra era l'ideale. Nonostante tutto di piccole dimensioni, estremamente coraggioso e aggressivo, il cane mordendo il cavallo ai garretti o al ventre era capace di spaventarlo facendolo imbizzarrire e bloccandone così la carica.
Inglesi: gli storici raccontarono le vicende di Sir Piers Legh II, il quale, gravemente ferito nella battaglia di Azincourt (vicino a Parigi), fu protetto e difeso – ma per ore, e non per giorni come scrivono alcuni autori, visto che la battaglia durò solo dalle 11 alle 16 del 25 ottobre del 1415 – dalla sua cagna mastiff e dovette esclusivamente ad essa la sua salvezza. Il fatto è che invece Sir Piers Legh morì. Il mastiff fu usato in guerra per secoli ed era molto apprezzato. Re Enrico VIII pare ne abbia donati nel 1525 ben 400 esemplari alla Spagna, al fine di tessere ulteriori rapporti personali e politici con re Carlo V. I mastiff furono usati in guerra anche contro gli irlandesi. Le cosiddette Ribellioni Desmond – che presero il via dal conte di Desmond (in irlandese, Deasmumhaine) e da altri nobili a causa del tentativo di mantenere l'indipendenza feudale dall'Inghilterra, oltre che dall'antagonismo fra cattolici e protestanti – si verificarono nella zona di Munster, in Irlanda, nel 1569-1573 e nuovamente nel 1579-1583. Nel luglio 1580, durante la seconda rivolta, la regina d'Inghilterra Elisabetta I inviò un potente corpo di spedizione di 6000 uomini al comando del barone Arthur Grey de Wilton, seguito da 800 mastiff.
Ungheresi: il re ungherese Mattia Corvino utilizzava molto i cani, soprattutto kuvasz, tanto che intorno al 1460 era famoso il suo canile di Siebenbuergen, dove ne teneva svariate centinaia. Che fossero affidabili e di sicuro temperamento è testimoniato dal fatto che Corvino si fidasse – buona parte dei familiari inclusi – praticamente solo del suo cane, che lo accompagnava nelle sue stanze per la notte. Corvino ci si chiudeva a chiave e il cane vigilava su di lui.
Tibetani: nelle loro terre d'origine – inclusi il Nepal, Bhutan e le pendici indiane dell'Himalaya, con varianti morfologiche dovute alle diversità climatiche e del territorio – i cosiddetti mastini tibetani erano e sono praticamente suddivisi in due tipi e cioè da pastore (con tratti molossoidi meno marcati, meno pesanti e più mobili) e da guardia (soprattutto nei monasteri, dove cani anche molto grandi, pesanti e poco mobili venivano alimentati in modo adeguato e quindi sostanzioso). I mastini tibetani furono usati in guerra, ma non tanto come cani d'attacco, quanto come cani da difesa. Questi cani, pur validissimi nella protezione anche delle scorte alimentari, se utilizzati per fini bellici avevano però un difetto e cioè quello di svelare sempre a eventuali nemici la posizione dei soldati che se ne servivano. Infatti, il loro istinto è quello di abbaiare in modo cavernoso durante la notte, allo scopo di comunicare con finalità dissuasive a eventuali nemici – inclusi gli animali predatori – che loro sono lì, pronti a intervenire e affrontarli. Se tale comportamento era ininfluente in seno a un grande esercito in spostamento, comunque individuabile anche di notte per i molti fuochi dell'accampamento, non lo era in caso di ridotti drappelli di soldati in avanscoperta ed esplorazione per più giorni, che si basavano appunto sulla silenziosità e cautela per non fare scoprire al nemico la loro presenza. Proprio la rumorosità di questi cani ne decretò il non utilizzo militare, se non a livello difensivo.
Mongoli: simile alla varietà da pastore del mastino tibetano, è il mastino mongolo, localmente suddiviso in diverse varietà (la bankhar è ritenuta la migliore). Le orde mongole usavano cani da guardia che, in situazioni di guerra, assolvevano compiti militari ma solo di tipo difensivo. Queste popolazioni nomadi e feroci avevano l'ossessione della elusività e cercavano di sorprendere e mai di essere sorpresi. Il motivo è semplice: i loro campi, durante gli spostamenti, erano solo enormi tendopoli con nessuna protezione o fortificazione esterna e quindi, specie quando i guerrieri stavano compiendo razzie o battaglie lontano, un attacco nemico sarebbe stato letale. La difesa del campo e della gente, a parte un ridotto numero di uomini lasciati di presidio, era quindi affidata ai cani, estremamente aggressivi, ma che si aggiravano in branchi per antica consuetudine senza alcun conflitto serio fra loro. Ognuno di questi cani era addestrato, di notte, a girare ogni mezz'ora circa intorno all'accampamento (ma molti lo fanno già istintivamente) e si può ben capire, visto il loro numero, che nulla potesse eluderli e sorprendere il campo. Questo comportamento esiste ancora, anche nei riguardi del bestiame. Considerando che ogni famiglia possedeva uno o due di questi cani, che servivano anche a proteggere il bestiame dalle belve, è presumibile che un orda di 20.000 guerrieri (uno o due per famiglia) avesse al seguito, e quindi lasciasse a custodia dell'accampamento – non solo della gente, ma anche delle scorte di cibo, armi, bottino, cavalli e altro – almeno 10-20.000 di questi feroci cani, molto considerati dai mongoli che li credevano nati dall'accoppiamento tra un cane e una cerva. Gengis Khan era particolarmente affezionato a uno di questi.
Cinesi e giapponesi: anche l'antica Cina aveva molte razze di cani, spesso simili o addirittura identiche a quelle mongole. Anche lì vennero usati cani da guerra, provenienti dai più disparati punti di quell'enorme regno, nonché da oltre confine. Una famosa e millenaria razza cinese – anche se cani simili o identici si trovavano in Corea, Tibet e Giappone – era il "chao" (da cui deriva l'odierno chow chow), il cui significato sarebbe da intendersi come un qualcosa fra grande, straordinario cane primitivo e di grande forza. Venivano chiamati anche mang (cane peloso) oppure ti (cane rosso). I chao imperiali, erano numerosissimi e utilizzati per la caccia e la guerra. Basti pensare che gli imperatori della dinastia Tang ne avevano sempre a disposizione, allevati e addestrati, ben 25.000. Che fossero cani di tempra è evidenziato dal fatto che li si usava anche per la caccia al lupo e al leopardo. Particolari e attente scelte portarono alla selezione di alcuni di questi cani, gelosamente custoditi dai monaci, aventi colore nero-blu, più grandi degli altri e utilizzati per la caccia e per sorvegliare e proteggere il bestiame e soprattutto i monasteri.
Alauni: gli alani (anche chiamati alauni) erano sarmati, pastori nomadi di lingua iraniana e grandi arcieri a cavallo, già conosciuti dai romani con cui più volte si scontrarono. Stanziatisi nella zona del Caucaso, nel 370 d.C. furono travolti dagli unni e si divisero in vari gruppi, una parte dei quali si diresse a ovest, unendosi ad altre tribù come i vandali e gli svevi e invadendo la Gallia romana. Affrontati e bloccati dai legionari di Ezio, ottennero il permesso di stabilirvisi e in effetti in seguito contribuirono militarmente, come alleati, alla battaglia di Châlons o dei Campi Catalaunici, in cui i mongoli furono battuti. Gli alani erano conosciuti anche per via dei loro grandi cani, e in effetti si noterà che le aree in cui si insediarono o in cui passarono sono famose per le loro bellicose razze canine, come l'Iran e il Caucaso. Proprio dagli alani prendevano il nome i loro cani, detti alaunt, oggi estinti ma il cui sangue scorre in molte razze esistenti. Il leggendario alaunt molto probabilmente era più simile ai cani da pastore dell'Asia Centrale o al gampr armeno piuttosto che agli odierni cani alani spagnolo e tedesco, anche se doveva essere stato incrociato con i potenti cani da guerra indiani e persiani. Quando gli alani, in seguito al conflitto con i mongoli, si separarono, la fazione orientale entrò in contatto con le popolazioni balcaniche e quindi i loro cani si incrociarono con quelli locali, come il cane da montagna dell'Illiria, il metchkar, qen ghedje, molossos Epirou, sylvan e charplanina. La fazione orientale invece attraversò l'Europa e dal 410 i loro cani influenzarono molte razze in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra e altri paesi, i cui incroci vennero genericamente chiamati alaunt, che non era una razza ma semplicemente un generico tipo di cane da lavoro, da caccia e da guerra. A seconda della razza locale con cui si incrociavano – a sua volta precedentemente incrociatasi con altre razze sopraggiunte –, nascevano tipi (che poi in certi casi divennero razze) diversi, alcuni dei quali esistenti ancora oggi.
Svizzeri: tutti i grandi cani svizzeri discendono da accoppiamenti di cani locali con molossi romani e un tempo avevano indole bellicosa e anche aggressiva, incluso il sanbernardo, tanto che furono usati in guerra, come accadde nel 1476 nelle battaglie di Grandson e Morat fra i borgognoni e svizzeri. Nella battaglia di Grandson 20.000 svizzeri, guidati da Nicolas di Scharnachtahl, Hans Waldmann e Heinrich Hassfurter, mossero contro i 18.000 borgognoni, venendone in contatto il 2 marzo. Forse fu proprio in quella prima fase che la loro avanguardia, dotata di cani da guerra definiti "di montagna", attaccò un campo avanzato borgognone, pure quello dotato di analoghi cani, non si sa di che varietà. La lotta iniziò quindi fra i cani. Sia nella battaglia di Grandson sia in quella di Morat i cani svizzeri batterono quelli borgognoni.
Spagnoli: la maggior parte dei conquistadores erano avventurieri alla ricerca di prospettive, che in patria mancavano, e che colsero la possibilità di realizzarsi sfruttando le enormi ricchezze del Nuovo Mondo e in particolare del Centro e Sud America. Chi si avvantaggiò di questa invasione fu la corona di Spagna, mentre chi ne ebbe senza dubbio svantaggi fu la popolazione autoctona, che difatti fu sterminata. Non solo in battaglia, ma soprattutto a causa delle malattie diffuse dagli europei, che in poco meno di un secolo uccisero il 70% della popolazione indigena. Per quanto riguarda i cani da guerra, in alcuni casi le spedizioni militari ne portarono con loro persino molte centinaia di esemplari, protetti da una corazza di spesso cotone compresso e da un collare ricoperto di lunghe e acuminate punte metalliche. Ci si domanderà a che servissero tanti cani. E' presto detto: gli spagnoli, che già gustavano con piacere gli arrosti di piccoli cani indigeni, tanto che a La Española divennero presto rari, in caso di necessità mangiavano gli stessi cani da guerra. Il vantaggio era che per alimentare i cani (antropofagi) non era necessario trasportare i relativi approvvigionamente, poiché c'erano indios ovunque. Questa orribile usanza fu diffusissima presso i conquistadores, usi a fare sbranare e divorare gli indios. Il conquistador Sebastián Moyano de Belalcázar (1479 o 1480-1551) si macchiò di orrendi crimini nel 1534-37. Nella zona di Quito e Popayan vivevano i temuti pozos e allora agli spagnoli si allearono le tribù nemiche dei carrapa e dei picara. Alla vista del nemico, un migliaio fra donne e bambini pozos, con pochi uomini, si rifugiarono su un ripido colle roccioso. Gli spagnoli allora aizzarono i cani, che salirono e ne sbranarono la maggior parte, inseguendo e uccidendo i bambini terrorizzati senza dare scampo a nessuno. I rimanenti furono massacrati dagli indigeni nemici. Fra questi feroci cani da guerra – conseguenza della selezione e dell'addestramento dell'uomo – ce n'erano alcuni ancora più terribili della norma. Uno di questi fu Becerillo (Vitello), allevato e addestrato sull'isola di La Española, conquistata dalla Spagna, in cui c'era una sorta di campo di addestramento militare per cani. A ogni esemplare veniva insegnato ad afferrare per un braccio la vittima al fine di bloccarla. Se questa reagiva il cane la sbranava. Un altro comando invece dava al cane l'ordine di procedere direttamente alle uccisioni.
Maroons: i cani furono usati in Giamaica nel 1795, ma dagli inglesi. La guerra anglo-spagnola (1654-60), causata da motivi commerciali, portò al dominio dell'Inghilterra anche sulla Giamaica, conquistata nel 1655. Conseguentemente, i coloni spagnoli fuggirono, lasciando liberi i moltissimi schiavi i quali, a loro volta, fuggirono pure loro nel timore di finire nelle stesse condizioni ma sotto gli inglesi. Trovarono rifugio sulle montagne dell'isola, dove furono accolti dalla tribù dei taino – che contavano ben 200 villaggi –, i quali negli anni avevano fatto lo stesso con gli schiavi riusciti a fuggire e con i quali si erano imparentati. Fu così che nacquero i cosiddetti "maroons", nome derivato dallo spagnolo "cimarrón", che stava a intendere fuggitivo, selvaggio e, in senso lato, "che vive sulle cime delle montagne". In effetti i maroons, che ormai facevano tutt'uno con i taino, presero a vivere come una comunità indipendente nelle zone più selvagge e montuose, dividendosi fra agricoltura e razzie nelle piantagioni dell'isola. Nel 1795 gli inglesi intervennero, ma si trovarono subito in difficoltà con un nemico che praticava la guerriglia e conosceva perfettamente i luoghi, pertanto decisero di affiancare ai 5000 soldati anche i cani. Per procurarseli scelsero naturalmente quelli più vicini – nonché adatti, essendo i discendenti di quelli dei conquistadores – e contattarono dei "cacciatori" locali, gli stessi cioè che catturavano gli schiavi quando fuggivano. Ne assoldarono 40, con 100 cani, definiti di razza bloodhound – il nome, "cane da sangue", è significativo – ma in realtà ben diversi da quelli attuali, essendo non solo dotati di buon fiuto ma anche di grande aggressività e concretamente capaci di uccidere.
Francia: Napoleone Bonaparte (1769-1821) non riteneva utile l'uso dei cani da guerra negli scontri campali, in quanto ormai superati. Tuttavia, non sottovalutava certo il ruolo che potevano avere nella vigilanza e nelle perlustrazioni. Napoleone Bonaparte raccomandava l'uso dei cani nelle guerre coloniali, contro forze male armate e poco organizzate che però adottavano la tecnica della guerriglia. Lui stesso fu salvato da un cane durante la fuga dall'isola d'Elba. Era caduto in acqua e non sapeva nuotare, ma un terranova di alcuni pescatori si tuffò e lo portò in salvo. I soldati francesi ebbero sempre fra loro dei cani, ma i preferiti erano i barbet o barbone. Insomma, quello che noi chiamiamo barboncino e che riteniamo un cane da salotto, solo che allora era più grande ed era ottimo anche per la caccia alle anatre nei luoghi umidi. Il barbet era il cane preferito della Grande Armée, l'esercito francese, e molti di questi cani morirono in battaglia assieme ai loro padroni o commilitoni, e alcuni furono decorati per il valore dimostrato, come Moustache, caduto nella battaglia di Austerlitz.
Far West: i cani furono usati durante la Seconda guerra seminole. Gli Stati Uniti avevano acquistato dalla Spagna la Florida e pertanto decisero di appropriarsi anche dei territori della tribù dei seminole – formata da indiani della confederazione creek e schiavi di colore fuggiti e accolti in seno alla tribù, come nel caso dei maroons giamaicani -, i quali naturalmente non erano affatto d'accordo, essendo il loro territorio. Nonostante lo strapotere numerico e militare degli Stati Uniti, fu subito evidente che i seminole erano in grado di resistere efficacemente al nemico con la guerriglia, anche grazie al territorio boscoso e paludoso in molte zone impenetrabile. L'esercito capì che per rintracciare i seminole – nelle malsane e invivibili, per loro, paludi della Florida e della Louisiana – occorrevano i cani, e così con una spesa di alcune migliaia di dollari nel 1840 furono acquistati 33 cani bloodhound cubani, gestiti dai loro addestratori. Ma in questo caso i cani – non da attacco ma solo da pista – non furono efficaci a causa dei luoghi troppo acquitrinosi.
Guerra di Secessione americana: nel 1863, nelle contee di Jones e Jasper, in Mississippi, agì un gruppo di disertori dell'esercito confederato, detto Newton Knight. L'esercito sudista per localizzare i rivoltosi, che si nascondevano in aree paludose e selvagge, utilizzò gruppi di cani, addestrati a fiutare le piste ma – pare – anche ad attaccare gli uomini. Gli aderenti della Newton Knight furono aiutati dagli schiavi di colore, i quali ben conoscevano quella minaccia, che gli consigliarono di spargere dietro le loro tracce della polvere di peperoncino rosso. Lo stratagemma funzionò. Un cane che fiuti, naturalmente del tutto involontariamente, il peperoncino, prova grande bruciore e cessa immediatamente l'inseguimento e spesso si rifiuta di riprovarci. I segugi, specie i bloodhound, furono frequentemente vittime della Guerra di Secessione: le truppe nordiste del generale William Tecumseh Sherman, durante la "March to the Sea" – la campagna militare che portò alla conquista di Savannah, importante porto della Georgia –, gli sparavano sapendo che erano stati usati per rintracciare gli schiavi. Pare che, sempre durante la Guerra di secessione, siano stati usati gruppi di cani da attacco contro formazioni nordiste composte da soldati di colore.
Guerre indiane: il famoso colonnello George Armstrong Custer aveva circa 80 cani, che lo seguivano nelle sue spedizioni militari. Custer si trovava in Montana con il suo reggimento di cavalleria per un'azione contro i pellirosse delle tribù sioux e cheyenne, riuniti in un grande accampamento. Voleva coglierli di sorpresa, ma dopo l'attacco scoprì che i suoi 700 soldati erano in notevole inferiorità numerica. Quella fu la famosa battaglia del Little Bighorn, e si svolse tra il 25 e il 26 giugno 1876. Anche in quel momento Custer pensò ai suoi cani e ordinò all'attendente, John Burkman, di trattenerli al guinzaglio ma quelli, vedendo partire il padrone al galoppo con i suoi soldati, con uno strattone si liberarono facilmente e lo seguirono. Custer e 268 soldati furono uccisi, gli altri riuscirono a trincerarsi e si salvarono. Uno dei pellirosse che partecipò alla battaglia, Wooden Leg (Gamba di Legno), in seguito riferì di avere visto uno dei cani il 26 giugno, mentre si aggirava frastornato su una collina vicina al luogo della battaglia. Era Cardigan, che poi fu ritrovato dai soccorsi. Tutti gli altri cani erano morti a fianco di Custer.
Brigantaggio e Unità d'Italia: i cani furono usati in guerra – o in operazioni di repressione tanto cruente e complesse da essere definite guerre pure loro – più spesso di quanto non si pensi. E non sempre dalla parte militarmente più potente e organizzata. In Italia, durante la dominazione francese del Regno di Napoli, nel periodo 1806-15, il generale francese Charles Antoine Manhès fu incaricato di reprimere il diffuso fenomeno del brigantaggio. I briganti, abituati alla durissima vita selvaggia nei luoghi più impenetrabili di quelle montagne del Centro-Sud d'Italia coperte di enormi foreste, agivano con la guerriglia, attaccando e sparendo velocemente nel fitto dei boschi. Si avvalevano anche di feroci cani, solitamente di razza corsa ma anche di altre, diverse delle quali oggi scomparse. Uno di questi briganti fu il feroce Francesco Mozzato, detto "Bizzarro". Costui dal 1802 fu a capo di una banda che compì una lunga serie di atrocità in Calabria. Aveva sempre con sé numerosi cani, che nutriva con carne umana. Li aizzava anche a inseguire e sbranare i nemici fuggitivi dopo i conflitti a fuoco, come accadde a un ufficiale addetto allo stato maggiore del generale Partoneaux.
Guerre coloniali: il 22 gennaio 1879, durante la Guerra zulu, i guerrieri africani dopo avere annientato diverse compagnie inglesi si mossero verso alcuni fabbricati tenuti a Rorke's Drift da una compagnia del 24° reggimento britannico. Fortunatamente avvertiti da un sopravvissuto del precedente massacro, i soldati erano al comando di tre ufficiali, uno dei quali era il medico militare Reynolds. Quando circa 5000 zulu attaccarono il caposaldo, la lotta fu terribile. Reynolds continuò a medicare i feriti fra le lance che entravano dalle finestre. Con lui c'era Dick, il suo terrier. Per fare uscire Reynolds e i difensori al fine di massacrare loro e i feriti, gli zulu appiccarono il fuoco al tetto della casa, ma il medico continuò a operare. Anche gli altri difensori, cane incluso – che mordeva alle gambe i guerrieri che riuscivano a entrare durante la lotta – non lo abbandonarono. Alla fine gli zulu si ritirarono. Reynolds e il cane Dick furono decorati per il valore dimostrato.
Otto von Bismarck: a proposito dei cani tedeschi, non si può non citare l'alano o grande danese. Il cancelliere Otto von Bismarck ne era un patito – si fece fotografare molte volte insieme a Tyras, Tyras II e Rebecca –, anche se da queste immagini si nota immediatamente che c'è una bella differenza fra l'alano di allora, rustico e tozzo (più simile al mastiff) pur con gambe relativamente lunghe, e quello odierno. La testa, per esempio, è del tutto diversa. Il naturalista francese conte di Buffon, nel XVIII secolo, distingueva questi cani in due varietà, "grande danese", pesante e molto coraggioso allevato nella Germania settentrionale, e "piccolo danese", più snello e nevrile. Von Bismark teneva molto da conto l'intuito dei suoi alani nel giudicare una persona e ne teneva sempre uno, come Sultan, al suo fianco durante i colloqui privati a livello politico e diplomatico. Se il cane dimostrava una cauta socievolezza o tranquillità, l'ospite era una persona a posto, di cui fidarsi. Ma anche l'ospite doveva comportarsi con tranquillità, perché l'alano di turno pareva sì indifferente, ma era sempre pronto a difendere il padrone. Un giorno Von Bismark stava parlando con l'esperto ministro degli Esteri russo, Aleksandr Mikhailovich Gorchakov, di una questione di grande importanza e cioé dell'Alleanza dei Tre imperatori, probabilmente il più grande successo in politica estera di Bismarck e che portò a un patto di neutralità fra Germania, Austria e Russia. Insomma, un incontro molto importante, nel quale ci fu qualche divergenza, finché l'animata discussione evidentemente vide un graduale irrigidimento e aumento dei toni. A un certo punto però Tyras, l'alano che von Bismark aveva sdraiato a fianco, ritenne il padrone in pericolo e, come un lampo, balzò su Gortschakoff, ribaltandolo con tutta la poltrona e tenendolo minacciosamente bloccato sul pavimento, anche se non mordendolo. Immediatamente, il mortificato statista tedesco liberò il russo, che accettò le scuse. Il patto di neutralità fu comunque firmato.
Guerre herero: già nel 1895 era stato introdotto ufficialmente l'uso del cane nell'esercito tedesco, e in special modo nelle guerre coloniali ogni corpo di spedizione aveva diverse squadre di cani da guerra. Infatti, durante la Guerre herero (1904-7) nell'Africa Occidentale Tedesca, furono inviati 60 cani da guerra sotto il comando del tenente von Damm e che svolsero un compito egregio, anche salvando in più occasioni le truppe tedesche dalle imboscate. Certo, giusto quelle poteva fare questa tribù di allevatori di bestiame dell'attuale Namibia, insieme agli alleati della tribù nama. Nel 1884, all'epoca della spartizione dell'Africa fra le potenze coloniali europee, l'odierna Namibia fu dichiarata protettorato tedesco ed ebbe una rapida crescita, nella quale però non erano previsti gli indigeni, privati delle loro terre e resi schiavi. Quando si ribellarono, nel 1903, e uccisero circa 60 coloni tedeschi, dilagò la rivolta. L'impero germanico, nell'ottobre 1904, inviò un corpo di spedizione di 14.000 soldati comandati dal generale Lothar von Trotha, il quale aveva idee ben chiare: tutti gli herero dovevano immediatamente abbandonare l'area (la loro terra) e chi non l'avesse fatto, che fosse armato o disarmato, uomo, donna o bambino, sarebbe stato ucciso a vista. Tuttavia, per pura magnanimità, gli fu comunicato che potevano andare liberamente nel deserto del Kalahari, tanto i pochi pozzi d'acqua erano stati avvelenati. Di quelli che fuggirono lì, ed erano 24.000, ne morirono 23.000 di sete e veleno.
La prima scuola cinofila militare: già dalla metà del XIX secolo l'impero prussiano cominciò a selezionare e addestrare i cani da utilizzare in guerra, grazie ad adeguate e mirate sovvenzioni erogate all'esercito. Nel 1884 i tedeschi (la Prussia erano ormai confluita nella Germania) fu creata a a Lechernich, vicino a Berlino, quella che si ritiene essere stata la prima scuola militare per cani da guerra del mondo. Tuttavia, questo primato non mi pare effettivo, in quanto – ammesso che non ci siano stati altri casi ancor prima – si sa che l'impero romano faceva addestrare, e forse anche selezionare, molti dei propri molossi da battaglia a Capua, dove venivano addestrati anche i gladiatori. Comunque sia, a Berlino la selezione riguardò innanzi tutto l'addestramento di cani da guardia (W.u.B-Wach und Begleithunde), portaordini (Pt.H-Postenhunde) e da soccorso (S.H-Sanitätshunde). Anzi, proprio dalla scuola cinofila di Lechernich furono addestrati i primi cani per la Croce Rossa, sotto la responsabilità del capo settore von Bungartz, in grado di ricercare i feriti.

Collie: naturalmente, gli inglesi non usarono solo queste due razze, ma anche i "lurcher" – un incrocio fra collie e levriero molto diffuso in Inghilterra, specie fra i bracconieri –, cani da caccia da riporto, terranova, bulldog, mastiff e bullmastiff. All'estero, qualcun altro aveva capito il valore dei collie come cani da guerra, ed erano ovviamente i tedeschi. Si accorse del fatto il maggiore Edwin Hautenville Richardson, ormai in pensione, quando nel 1895 venne casualmente a sapere da un suo amico in Scozia di un misterioso tedesco che percorreva la regione e acquistava tutti i collie in vendita che trovava. Poi si venne a sapere che si trattava di un agente inviato dall'esercito tedesco, che li trovava eccellenti e utilissimi, non avendo un cane di quel tipo. All'epoca, infatti, l'esercito tedesco non aveva ancora la straordinaria razza dello schaferhunde o pastore tedesco. Questo maggiore Richardson era uno sveglio, e difatti si chiese subito perché i militari tedeschi facessero incetta di cani, e quelli inglesi no. Fu da allora che l'Inghilterra, grazie agli sforzi di Richardson ma dopo tempi lunghi, capì l'importanza dei cani militari, tanto da esportarne in diversi stati per conflitti come la prima Guerra dei Balcani (1912), la Campagna russo-giapponese (1904-05) e la Guerra di Egitto (1912-1913). A dire il vero, più che a fornirli l'Inghilterra, i cani, li forniva il maggiore Richardson, che inizialmente non ebbe alcun appoggio ufficiale. Addirittura aveva iniziato il grande progetto di creare un'efficiente cinofilia militare inglese a sue spese, pagando di suo un collie a un pastore. Per saperne di più, fece la cosa più ovvia e cioé chiese lumi proprio ai tedeschi. E quelli, prima gli inviarono consigli per lettera e poi addirittura lo accettarono in visita alla famosa (e unica al mondo) scuola di addestramento cinofilo di Lechernich.

N.B. : la trattazione nel libro I cani in guerra. Da Tutankhamon a Bin Laden arriva sino al 2010

 
 
 
 
 
 

 

I cani in guerra. Da Tutankhamon a Bin Laden, di Giovanni Todaro, Airplane, 2011,
450 pagg., Euro 28,00, ISBN: 8883725131, ISBN-13: 9788883725135
www.gruppoperdisaeditore.it